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L'architettura e l' abitare post virus

Luminose, con verde magari anche un orto e cablate. Queste le nuove case

Il parere di Mattia Parmiggiani. "Anche all'estero soluzioni con verde diffuso e tecnologia soft"

Nuove regole e rinnovati metodi di relazione sociale imponngono la crisi che stiamo vivendo per ripensare il nostro futuro. «Le città sono – afferma Mattia Parmiggiani - il risultato delle persone che le abitano. Esistono solo se sono dense di abitanti. Non credo che la formula del distanziamento sociale possa costituire l’enzima del cambiamento. Serve immaginare un modello che dia valore alla biodiversità all’interno dello spazio cittadino in modo da diluirne la compattezza: «La campagna si ibridi senza barriere alla città come antidoto e medicina per la città futura. E’ prioritario inoltre riscrivere nuove strategie per il mondo delle costruzioni in modo da puntare sulla distintività di quest’ approccio e farlo diventare una concreta opportunità di business per tutti».

All’estero ci sono già spazi abitativi, già idonei ad affrontare le pandemie?

«Viaggiando all’estero da molto tempo, ho l’occasione di vedere come i paesi in cui lavoriamo si stiano orientando verso una nuova pianificazione, con metodologie provenienti anche dalla sfera sanitaria. Mosca, città che conosco bene, sta riclassificando le linee guida di progettazione verso nuovi quartieri soft-tech green. Gli esempi più interessanti che all’estero si stanno sperimentando riguardano l’idea di innestare, in modo innovativo, spazi verdi di nuova generazione utilizzando “non luoghi” già presenti sul tessuto urbano, come strade riconvertite a giardini pedonali, segmenti ferroviari inattivi, tetti di grandi edifici commerciali in modo da non sciupare altro terreno. Si amplifica così la possibilità di avere cluster verdi in città senza decentrare parchi in aree extraurbane difficili da raggiungere e generando una seconda vita all’esistente».

L’architetto basterà da solo a concepire il nuovo habitat del futuro?

«L’abitazione è come la mappatura tridimensionale della nostra personalità. Il lockdown ha reso evidente come la solitudine prolungata abbia causato patologie di disagio psicologico evidenti. Nei bambini poi il distanziamento è stato una costrizione non auspicabile, vista l’importanza del contatto fisico a quella fascia di età. Credo che le neuroscenze mai come in questo periodo possano orientare la progettazione di nuovi habitat pensati fin dall’inizio anche in termini di Design for Emergency».

Quale il modello ideale di abitazione futura?

«In questi mesi di lockdown abbiamo sperimentato quanto il rapporto tra spazio abitativo e tempo della permanenza nella propria abitazione sia stato, in molti casi, messo in crisi da standard abitativi troppo fragili, in cui avere un semplice balcone ha fatto la differenza. Il miglior antibiotico dovrebbe essere quello di modificare il modo di costruire. Un’abitazione dovrebbe essere un luogo luminoso estendibile all’esterno con piante e possibilità di coltivare il proprio orto, certamente cablate per permettere l’ibridazione casa lavoro nella misura necessaria e con aree comuni per implementare nuclei di socializzazione».

Come sarà l’arredamento per i nuovi progetti?

«La casa dovrà essere sempre più soft tech, per avere molte prestazioni incluse quelle biomedicali di base, ma con interfaccia domestica. Gli arredi dovranno essere sempre più ibridi e nomadi per assecondare un’usabilità casa-lavoro nel modo più flessibile possibile. Utilizzare maggiormente materiali e accorgimenti presenti in ambito sanitario potrebbe essere un ulteriore valore strategico. A questo proposito è, di recente, in produzione la nostra linea Keep Kids Safe di elementi per l’infanzia che coniugano estetica e protezione per la riapertura degli asili in sicurezza. Credo che in futuro il design debba essere sempre più una risposta concreta alla nuova dimensione. “L’estetica senza etica è solo cosmetica” diceva Ulay artista ed ex marito di Marina Abramović». —


 

Michele Fuoco

Gazzetta di Modena , 24 Giugno 2020